Materiali Compositi

 PRINCIPALI TIPI DI FIBRE:

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Vengono denominati in tale modo i materiali ottenuti mediante l’unione di almeno due componenti dalle caratteristiche chimico-fisiche tali da renderli diversi, insolubili e separati fra loro.

Tali materiali sono definiti uno fibra e l’altro matrice.

L’unione di tali elementi deve, comunque, dare luogo ad un materiale solido continuo che sia in grado di trasmettere e ridistribuire gli sforzi interni, dovuti alle sollecitazioni esterne.

Possono essere svolte due tipi di classificazioni.

La prima in base al criterio di continuità:

  1. Materiali compositi a componenti continui nel quale sono tali sia il costituente della matrice quanto quello della fibra.
  2. Materiali compositi a due componenti, uno continuo e l’altro discontinuo.
  3. Materiali a più componenti, alcuni dei quali continui e altri discontinui. Nel settore aeronautico i più utilizzati sono i compositi del 3° tipo.

La seconda classificazione può essere svolta in base alla forma geometrica dei componenti:

  1. Materiali fibrosi con o senza matrice.
  2. Materiali a scaglie con o senza matrice.
  3. Materiali a scheletro continuo associato ad altri materiali generalmente continui.
  4. Materiali laminati e/o stratificati.
  5. Materiali particellari con o senza matrice.

Per definire le caratteristiche tipiche di un composito occorre individuare quelle dei suoi costituenti e, soprattutto, il modo in cui interagiscono fra loro.

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Le fibre sono costituite da corpi solidi resistenti di forma allungata, aventi dimensione longitudinale prevalente su quella trasversale, ed hanno il compito di fornire resistenza e rigidezza al composito.

Le matrici hanno, invece, il compito di funzionare da materiale di riempimento. Inizialmente allo stato di fluido viscoso per poter riempire tutti gli spazi ed aderire perfettamente alle fibre, subisce un processo di solidificazione che consente di dare stabilità e geometria alla struttura.

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La matrice, quindi, aderendo alle fibre permette di trasferire i carichi esterni applicati. Questa trasmissione avviene per effetto di tensioni tangenziali.

Il comportamento di un composito sotto carico, in cui si sta propagando una cricca di rottura, è piuttosto complesso.

Inizialmente la cricca interessa la matrice e poi si propaga ad alcune fibre, causandone il danneggiamento, la rottura o la messa fuori uso.

Il comportamento delle fibre assume, quindi, un ruolo molto importante che determina la maggiore o minore capacità del composito di resistere ai carichi esterni, bloccando, ritardando o favorendo la propagazione della cricca.

Le modalità di rottura possono essere di vari tipi:

  1. Rottura delle fibre di rinforzo, quando la sollecitazione supera il carico massimo sopportabile dalle fibre. Si può evitare il fenomeno aumentandone il numero o variandone le dimensioni.
  2. Estromissione con sfilamento per distacco della fibra dalla matrice. La fibra non è più in grado di opporsi alle sollecitazioni perché, estratta completamente, è venuta meno l’adesione con la matrice.
  3. Separazione della fibra dalla matrice per cedimento di quest’ultima nella zona di contatto. La fibra è in grado di esercitare ancora una minima reazione essendo parzialmente in sede.

La capacità del composito di opporsi all’allargamento della cricca dipende dalla adesione tra fibra e matrice e dell’estensione della superficie di contatto. E’ importante che essa sia grande in rapporto alla sezione delle fibre, generalmente superiore al valore di 100 : 1.

Le fibre lunghe rinforzano il composito maggiormente di quelle corte a parità di sezione resistente. E’ utile, inoltre, progettare la geometria interna dei compositi controllando l’orientamento delle fibre secondo le direzioni di massima sollecitazione.

Per ottenere caratteristiche di continuità e resistenza si riuniscono le fibre in fasci, sotto la forma di fili a fibre parallele o attorcigliate.

Un determinato numero di fili può essere attorcigliandoli a trefolo.

I trefoli possono essere poi intessuti fra loro.

I tessuti possono essere di vario tipo: a fili biassiali o triassiali , oppure a maglia. Tali tessuti differiscono per la disposizione delle fibre, ma la loro giacitura è bidimensionale, cioè disposte su un unico piano.

Per ottenere pezzi di elevato spessore di devono sovrapporre le resine della matrice fra di esse.

E’ possibile, inoltre, realizzare tessuti nei quali l’intreccio dei fili avviene tridimensionalmente nello spazio, secondo le direzioni di massima sollecitazione.

Prima di essere impregnati nella matrice i tessuti vengono tagliati secondo la forma e le dimensioni previste.

E’ importante, inoltre, descrivere i wiskers, monocristalli filamentosi lunghi circa un millimetro e larghi nell’ordine del millesimo di millimetro.

Essi hanno una struttura cristallina esente da difetti e, quindi, possiedono un’elevata resistenza meccanica.

Tali wiskers vengono disperse nelle matrici.

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  1. Fibre di vetro:
  2. Il vetro è costituito da miscele omogenee e solidificati allo stato amorfo, cioè senza una struttura cristallina regolare, di SiO2, BaO2, TiO2 CaO, MgO, e Al2O3.

    Esistono diversi tipi di vetro, identificabile con una lettera minuscola in base all’impiego cui sono destinati: C , vetro resistente agli agenti chimici;

    M , per impieghi che richiedono elevato modulo di elasticità;

    D , a bassa costante dielettrica;

    L , vetro antiradiazioni.

    Le fibre sono ottenute per trafilatura. I fili ottenutisono piuttosto lunghi e trattati chimicamente per migliorare le caratteristiche di scorrevolezza ed interfaccia con la matrice.

    Tali fili vengono avvolti a bobina su fuso e messi in commercio.

    Le fibre di vetro hanno come caratteristiche positive un basso costo di produzione, elevata resistenza meccanica e bassa densità. Come caratteristiche negative: basso modulo di elasticità e bassa rigidità, che comportano elevate deformazioni sotto l’applicazione di carichi.

    In campo aeronautico viene utilizzato per parti strutturali il vetro S ad elevata resistenza meccanica, con composizione chimica di i 65% SiO2 , 25% Al2O3 , 10% MgO.

  3. Fibre di carbonio grafitico:
  4. Hanno come costituente principale il carbonio allo stato allotropico grafilitico.

    Le fibre di carbonio sono ottenute da un materiale base detto precursore (fibra organica come il poliacrilonitrile e materiale cellulosio come il bitume).

    Il processo di produzione più utilizzato è quello basato sul trattamnento del poliacrilonitrile.

    Tale materiale in soluzione viene passato in una filiera, ottenedo dei fili. Segue il riscaldamento prolungato a 220 °C in atmosfera ossidante che serve a modificare la catena polimerica rendendola ad anelli chiusi ed allineati.

    Le fibre, che si presentano nere e rigide vengono sottoposte ad una carbonizzazione a 1000 – 1500 °C in atmosfera inerte, cui segue una grfitizzazione a 2000 – 3000 °C. Durante tali procedimenti le fibre sono tenute in tensione in modo da orientare i cristalli grafitici ed aumentare la resistenza.

    Il prodotto finito è costituito da fasci di fibre detti Joms, molto utilizzati in campo aeronautico perché aventi basso peso specifico, basso coefficiente di dilatazione termica, elevata resistenza meccanica ed elevata rigidezza meccanica.

  5. Fibre Aramidiche (Kevlar):

Kevlar è il nome commerciale di un fibra ramidica ad alta resistenza meccanica.

Il polimero di partenza è una soluzione di ammine addizionata con acido cloridrico, mantenuto a bassa temperatura.

Si effettua, poi, la trafilatura ad alta temperatura, seguita da un raffreddamento. Successivamente viene svolto un bagno a bassa temperatura.

I tipi di Kevlar più utilizzati commercialmente sono:

Resiste bene alla corrosione, non fonde, carbonizza a 500 °C, non ha conducibilità elettrica e propaga con difficoltà le cricche.

  1. Fibre di boro:
  2. I filamenti di boro facendo condensare i vapori di boro su fili di tungsteno o di carbonio.

    Un filo di tungsteno, reso incandescente, viene fatto passare in tubi di vetro dove il gas BCl3 riscaldato si decompone e deposita una guaina di boro sul filo, poi avvolto in bobine. Tale procedimento è molto costoso.

    Quella su carbonio richiede un procedimento di grafitizzazione.

    La tecnologia delle fibre di boro è molto costosa, fattore che insieme alla sua alta densità, ne ha determinato un sostanziale abbandono.

  3. Fibre in carburo di silicio SiC:

Hanno natura ceramica e possiedono, quindi, elevata resistenza meccanica; sono, inoltre, trasparenti alle onde elettromagnetiche nella banda radar.

Tali fibre possono essere lunghe ed orientate, corte e compatte o sotto forma di Wiskers, distribuite uniformemente in matrici di lega leggera di alluminio, consentendo di ottenere un incremento di rigidezza del 50% rispetto a quella del materiale metallico di base.

A tale caratteristica, però, si somma una certa fragilità dovuta ad una bassa deformabilità.

 

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Le matrici possono essere di diverso tipo e classificate in funzione al valore delle temperature massime di impiego alle quali possono essere adoperate senza dover subire fenomeni di degradazione.

I valori di tali temperature di utilizzazione sono direttamente collegati a quelle delle velocità di volo dei velivoli sui quali le matrici stesse vengono utilizzate. Esse sono così classificabili:

  1. Volo sportivo: V@ 250 – 300 Km/h, T = 40 – 60 °C;
  2. Volo civile e d’affari: V@ 600 – 900 Km/h, T = 80 – 120 °C;
  3. Volo transonico: V@ 1100 – 1300 Km/h, T = 130 – 160 °C;
  4. Volo altamente supersonico: V@ Mach 2 – Mach 3, T = 200 – 4000 °C;
  5. Volo ipersonico transatmosferico (ipotizzato): V> Mach 10, T > 1500 °C;

I principali tipi di matrici oggi operanti sono:

  1. Matrici polimeriche organiche e non organiche.
  2. Matrici metalliche.
  3. Matrici ceramiche.

In funzione dei campi di temperatura citati si hanno matrici con temperature di lavoro inferiore a 150 °C, adatte per impieghi in velivoli con velocità inferiore a Mach 1. Matrici per temperature comprese tra 150 °C e 250 ° C adatte per impieghi su velivoli con velocità compresa tra Mach 1 e Mach 2. Infine matrici per temperature superiore a 250°C per velocità oltre Mach 2.

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  1. Matrici polimeriche:
  2. Si suddividono in organiche ed inorganiche. Le più importanti tra le prime sono le resine epossidiche.

    Il gruppo epossidico si trova in alcuni polimeri ottenuti sommando epossidi e fenoli come epiclorina e bisfenolo. Il polimero ottenuto è sotto forma di fluido viscoso.

    Per ottenere la condensazione per polimerizzazione della resina essa deve essere addizionata con l’indurente, costituito da ammine (contenente il gruppo amminico Nh2), avente funzione di catalizzatore della reazione chimica di polimerizzazione.

    Il fenomeno di solidificazione di tali resine è piuttosto complesso. Da un punto di vista chimico, l’indurimento può avvenire a freddo con tempi lunghi mediante l’eliminazione di acqua tramite una reazione di reticolazione.

    Il processo di indurimento industriale viene svolto a temperatura piuttosto elevata mediante curing (riscaldamento).

    I parametri che influenzano i fenomeni sono la temperatura di trattamento ed il tempo di durata.

    Il prodotto che si ottiene ha buone caratteristiche meccaniche, ottima capacità di adesione alle fibre e basso ritiro nel passaggio di stato liquido – solido.

    Un inconveniente è dato dal fenomeno di assorbimento di piccole quantità d’acqua che degradano le caratteristiche di resistenza alla compressione ed al taglio.

    Tali resine vengono utilizzate particolarmente con le fibre di vetro e quelle di carbonio.

    Possono, però, essere utilizzati altri tipi di resine

    Quelle poliestere termoindurenti, costituite da materie plastiche termoindurenti che solidificano con l’innalzamento della temperatura.

    Hanno discrete caratteristiche meccaniche fino a 250 °C, vengono adoperate specialmente insieme alle fibre di vetro e sono caratterizzate da un basso costo di produzione.

    Le resine termoplastiche sono utilizzate come matrici con temperatura massima di impiego di 250 °C. Quella più utilizzata, denominata PEEK (polietachetone), è adatta a resistere agli agenti corrosivi ed all’umidità, conservando buone caratteristiche meccaniche anche ad elevate temperature.

    Le resine termoplastiche sono meno resistenti ad alte temperature, ma più tenaci di quelle termoindurenti.

    Le resine poliammidiche, fenoliche e silicaniche, sono in grado di resistere a temperature di lavoro di circa 250 °C con caratteristiche meccaniche non elevate.

  3. Matrici metalliche:
  4. I problemi più rilevanti nell’utilizzo di tali matrici sono relativi all’interfaccia con le fibre, che richiede l’uso di metalli che sono liquidi a temperatura non compatibili con l’integrità delle fibre. Inoltre, possono generarsi reazioni chimiche con formazione di compositi in grado di danneggiare le fibre.

    Per facilitare l’operazione ed evitare danni, la penetrazione del metallo senza arrivare alla temperatura di fusione, avviene per diffusione atomico-metallica in fase solida. Il metallo viene interposto tra le fibre sotto forma di polveri o fogli sottili.

    Le reazioni chimiche pericolose vengono eliminate trattando chimicamente la superficie della fibra.

    Tali materiali sono ancora sperimentali, ma quelli più promettenti di sviluppi futuri sono i compositi di grafite-alluminio e grafite-magnesio.

  5. Matrici ceramiche:

I materiali a matrice ceramica sono molto promettenti, soprattutto nel campo transatmosferico, caratterizzato da elevate temperature.

Le matrici migliori risultano quelle costituite da ossidi, boruri, nitruri, che solidificano allo stato cristallino o vetroso. Altri costituenti sono l’alluminio Al2O3 e la mullite, composta da allumionio, silicio ed ossigeno.

Tali sostanze refrattarie, difficilmente fusibili, vengono formate consolidando polveri ceramiche mediante sinterizzazione dei costituenti sotto forma di polveri.

Le matrici realizzate hanno un’elevata rigidità e resistenza meccanica, buona resistenza allo scorrimento a temperatura elevata e le materie prime sono poi poco costose.

Si è poi pensato di fabbricare parti meccaniche ceramiche non rinforzate, che però presentano un’elevata fragilità.

Per risolvere tale problema si rinforza la matrice con filamenti costituiti di materiale ceramico.

Le fibre consentono di migliorare la resistenza alla frattura, bloccando la propagazione del difetto.

Il materiale ottenuto rimane utilizzabile oltre i 1500 °C, grazie alla sua tenacità.

Un altro materiale dalle caratteristiche simili al ceramico è quello costituito da fibre di carbonio gratifico contenute in una matrice di carbonio amorfo.

Esso viene ottenuto impregnando le fibre di grafite con una resina fenolica polimerica. Segue un riscaldamento del prodotto in atmosfera di gas inerte. Ripetendo molte volte tale procedimento a pressione e temperatura determinata si ottiene una struttura solida detta carbon-carbon.

Tale materiale ha una buona resistenza meccanica precisa ed un buon modulo elastico specifico che si mantiene inalterato fino a 2300 °C. Non presenta, inoltre, punto di fusione poiché sublima a 3300 °C e si presta bene al modella mento complesso.

Ha, però, come inconveniente l’ossidabilità della matrice a cui si è cercato di porre rimedio utilizzando, come costituenti della matrice, carburi ed ossidi diversi.

I compositi ceramici e quelli carbonio-carbonio vengono studiati per essere impiegati nella costruzione di parti calde, il cui funzionamento avviene a temperature dell’ordine di oltre 1000 °C: componenti di motori automobilistici ed aeronautici, ugelli di scarico e strutture di rivestimento, come il muso ed i bordi d’attacco delle navette spaziali.

Le parti strutturali in composito vanno sempre più diffondendosi.

Un processo produttivo deve garantire la massima economicità ed il rispetto delle seguenti condizioni:

1. Dare il dovuto orientamento agli strati delle fibre sovrapposte, rispettando la geometria del pezzo;

2. Rispettare le condizioni di temperatura e pressione del processo di polimerizzazione, realizzando livelli minimi di porosità interna ed il grado di finitura superficiale richiesto.

La scelta del metodo più conveniente dipende da due fattori:

  1. Legato alla geometria ed alle dimensioni del pezzo da costruire;
  2. Dipende dalle caratteristiche di resistenza strutturale che il pezzo dovrà possedere in opera.

Tali metodi sono di cinque tipi:

  1. Formatura di polimerizzazione su stampo in autoclave:

Viene utilizzato per manufatti di superficie estesa, piana o curva e di forma aperta.

In tale processo la materia prima fondamentale adoperata è costituita da fibre secche e dalla sua resina di impregnazione, generalmente quella polimerica organica.

La realizzazione avviene disponendo il materiale preimpregnato di partenza in stampi aperti che vengono successivamente trattati in autoclave, con un processo di polimerizzazione a pressioni e temperatura determinate.

2. Formatura per polimerizzazione su stampo e controstampo alla pressa:

I pezzi di dimensioni limitate e di forma sia semplice che complessa, vengono fabbricati utilizzando la compressione tra stampo e controstampo alla pressa, con relativa polimerizzazione.

Tale compressione garantisce una buona compattazione del composito, con l’espulsione dell’aria e dei gas che potrebbero dare soffiature interne molto dannose.

3. Polimerizzazione in forno:

Parti costruttive poco impegnative, alle quali è richiesta una resistenza strutturale poco elevata, vengono realizzate mediante processi di polimerizzazione in forno a pressione atmosferica, senza compressione.

L’azione meccanica di compattamento del materiale è dovuta alla depressione realizzata nel sacco di nylon a tenuta che contiene il materiale.

Tale procedimento è più semplice, ma meno costoso del precedente.

4. Filament Winding:

Tale tecnica si presta bene per realizzare parti caratterizzate da superfici ad andamento cilindrico o parti di forte allungamento, a sezione trasversale, ma non circolari ( profili alari per pale d’elicottero ).

La lavorazione viene realizzata da macchine avvolgitrici, nelle quali un mandrino di forma opportuna ruota mosso da un motore elettrico.

Contemporaneamente uno o più nastri si svolgono da bobine rotanti su rocchetti, i quali sono posti su telai fissi ad una certa distanza dalla macchina.

Durante l’avvolgimento si ha lo svolgimento della polimerizzazione.

5. Processo di laminazione per trazione ( pull-trusion ):

Tale procedimento viene utilizzato nella fabbricazione di pezzi a sezione costante e di lunghezza elevata, i quali vengono formati e lavorati per deformazione plastica mista di laminazione – estrusione.

Il metodo produttivo in questione presenta un basso costo e si presta ad una facile automazione che consente di abbassarne ulteriormente il costo.

 

 

 CLASSIFICAZIONE:

PRODUZIONE DI PARTI FINITE:

 INTERAZIONE FIBRA – MATRICE:

PRINCIPALI TIPI DI FIBRE:

 PRINCIPALI TIPI DI MATRICE:

 

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